Smetti di vendere un prodotto, e inizia a vendere un’idea.

Diciamocela tutta, l’Italia non è un paese storicamente avvezzo al marketing.
A differenza degli USA, dove il marketing è nato, noi siamo usciti dalla seconda guerra mondiale con le ossa rotte, il commercio in ginocchio e una nazione da rimettere in piedi.

Allora le persone avevano bisogno di tutto, dalle patate alle penne, dalle scarpe alla bicicletta.
C’era una domanda di mercato enorme, ma l’offerta non era vastissima (e dunque poca concorrenza), il tutto poi è culminato nel famoso miracolo economico italiano, quel periodo a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 che vide una crescita generale del paese sia dal punto di vista economico che tecnologico.

Erano gli anni in cui la pubblicità dominava incontrastata, e in fondo bastava quella per vendere di tutto a tutti.

Nel frattempo, dall’altra parte dell’oceano, sorgevano a decine le catene di fast food, fiorivano industrie di beni primari che lottavano per accaparrarsi i clienti, e dunque c’era la necessità di creare delle vere e proprie strategie di comunicazione per potersi differenziare dalla massa e trasmettere valori.
Era massiccia dunque la presenza della concorrenza, e dunque le aziende si attrezzavano per combattere a suon di strategie.

Basti pensare che il regolamento sull’antitrust in Italia è nato concretamente solo nel 1990, mentre lo Sherman Antitrust Act, cioè la prima legge in materia di antitrust negli USA, fu emessa dal Congresso nel 1890 e applicata nel 1911.
A completare la notizia va detto essa venne fatta per contrastare il monopolio petrolifero dei Rockfeller e dell’industria del tabacco, ma quell’atto avrebbe poi influenzato il resto del mondo.

Ad ogni modo in Italia bastava la pubblicità, negli USA si faceva marketing per via di un’offerta molto grande rispetto alla domanda.

Ancora oggi ci sono vaste aree di popolazione in Italia che non ne conosce la differenza, io la riassumerei così.
La pubblicità dice sostanzialmente 3 cose: chi sei, cosa fai e dove sei.

Il marketing ha il compito di creare intorno a te una community interessata a ciò che fai, la quale, essendo composta da persone, deve essere nutrita con informazioni che vadano ben al di là delle semplici specifiche tecniche del prodotto o del servizio, di quanto costa e di come funziona.

Devi dunque creare il tuo pubblico ma che non sia accomunato dall’interesse verso il tuo prodotto, ma intorno ad un’idea, la tua idea.
Il primo passo è cambiare dunque paradigma, smettere di vendere il tuo prodotto ma iniziare a costruire la tua idea di business.

Per strutturare dunque una strategia il primo passo è individuare l’idea intorno alla quale costruire un pubblico, e stabilire un periodo durante il quale fare attività di Brand Awareness, cioè far conoscere il tuo brand, la tua soluzione, diffondere la tua idea.

In questa fase non si vende, si crea fiducia.
L’obiettivo è essere presente nella quotidianità del tuo target, imprimere nella sua mente il tuo nome e i tuoi valori differenzianti.

Capisci bene che questa fase è molto importante, perché vanno creati dei contenuti, stabilite delle linee editoriali, raggiungere uno stile unico e riconoscibile.

Tutto ciò fino a qualche anno fa era ad appannaggio solo delle grandi aziende le quali, disponendo di enormi capitali, potevano impiegare molte risorse a queste attività ingaggiando team di grafici, pubblicitari ed esperti di comunicazione.

Oggi con l’avvento dei Social e lo sviluppo degli algoritmi pubblicitari, nonché degli strumenti di editing avanzato, anche la più piccola bottega nel più piccolo paesino dell’ultima provincia italiana può fare Brand Awareness, e farlo bene.

Il budget è importante certo, ma non basta. Se non hai un’idea, difficilmente troverai clienti disposti a darti fiducia, perché il tuo prodotto sarà sempre sostituibile con un altro più economico e ugualmente performante.

Il mercato non fa sconti, e lo sai.

Lo so, ti starai chiedendo: ma io che vendo corsi di pilates piuttosto che insegne luminose, come posso costruire un’idea?

Bene, ti do due notizie: la prima, c’è sempre un’idea, anche per te.
La seconda, ne parliamo nel prossimo articolo.

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